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UNA RICOSTRUZIONE MUNUZIOSA E APPASSIONANTE

DI SALVO FOTI

In Sicilia la vite ha una storia antichissima, più antica di quella dell’uomo. Essa già esisteva nell’era terziaria, parecchi milioni di anni prima della comparsa dell’uomo, come attesta il ritrovamento di ampeloliti (viti non classificate) rinvenute proprio alle falde dell’Etna.
L’uomo fa la sua comparsa sull’Isola nel Paleolitico superiore (20.000 anni a.C.), e solo nel Neolitico le popolazioni iniziarono a dedicarsi all’agricoltura e quindi alla viticoltura. Da questo momento la storia, la mitologia, la religione, la cultura della Sicilia è indissolubilmente legata al vino. Leggi tutto

FILARI, TERRAZZE E BIODIVERSITÀ SUL VULCANO

DI SALVO FOTI

Gli agronomi latini nell’impianto di piante arboree prediligevano il quinconce. Lo ritenevano il miglior modo di disporre fra loro le piante. Tale schema soddisfaceva al tempo stesso le esigenze dell’ordine (la conta degli alberi), dell’economia dello spazio (le piante sono abbastanza vicine da sfruttare al massimo il terreno disponibile ma non così vicine da nuocere le une alle altre) e dell’estetica della visione: gli alberi piantati in quinconce hanno un gradevole aspetto dato dalla loro simmetria. Un impianto a quinconce è un impianto armonico.

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L’ETNA NEL ROMANZO DI UN ENOLOGO AUTOCTONO


DI ALFONSO S. GURRERA

Si parla spesso di “vini mentali” e “terroir

Salvo Foti

Salvo Foti

umano”, due formule a cui si fa ricorso per definire i vini dell’Etna. Ma se dovessimo dare un nome e un cognome ai vini del Vulcano e sembianze umane alle due locuzioni, la scelta non potrebbe che ricadere su Salvo Foti, l’enologo dell’Etna per antonomasia. È suo il libro-romanzo La montagna di fuoco (Food editore, pagine 160, 14,90 euro) in cui racconta la sua «muntagna» attraverso le risposte che lui stesso oppone alle curiosità di Max. Ma al di là di Max, le risposte mirano, spiega l’autore, «a convincere me stesso di cosa sia un vino dell’Etna». Perché l’arte di far «i vini del vulcano», si legge nei primi capitoli, poggia su quattro capisaldi: l’alberello etneo; il tempo dedicato alle vigne; i vitigni e gli uomini autoctoni. In poche parole, argomenta l’enologo, discende dallo «stile etneo che non si improvvisa, non si inventa, non si costruisce ma ce ne si dota “solo” nascendo, crescendo e vivendo all’ombra del vulcano». Nello specifico, aggiunge, «il nostro modo di essere, così come per il vino, è relativo e dipende dall’ambiente o dalla zona in cui si vive, dal proprio passato e dal passato della vigna e dei vitigni, dal presente e dalle annate, dalla propria cultura, dal viticoltore e dal vinificatore e dal futuro circoscritto all’affinamento». Leggi tutto